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Questo fa un editor

Spesso gli autori mi chiedono in cosa consista il lavoro che svolgo. Sottinteso c’è un vago timore che il redattore “imponga le sue scelte”, “cambi le frasi” o “stravolga il testo”. Sintetizzando, scopo dell’editor è aiutare lo scrittore a rendere il suo libro ancora migliore di quanto già non sia, verificando i fatti, sollevando dubbi motivati, segnalando incongruenze e ovviamente correggendo refusi. Si tratta di un dialogo, non di un monologo, di cui l’autore è parte integrante. L’editor è l’avvocato dell’autore; lavora al suo fianco, per convincere la giuria dei lettori. Manuela Paric’, grafico pubblicitario per mestiere e scrittrice per vocazione e diletto, ha appena pubblicato il suo secondo romanzo, L’enigma delle anime perdute (qui la versione epub), un giallo ambientato a Piacenza e denso di trame e sottotrame, personaggi surreali e trovate linguistiche. Ho avuto il piacere di editarla e le ho chiesto di condividere la sua esperienza.   Perché hai scelto di farti editare professionalmente? Per avere il pieno controllo della mia opera. Sembra un controsenso vero? Invece a mio avviso l’autore è troppo immerso nella sua storia per poterne vedere chiaramente ogni limite e ogni possibilità, ha bisogno di un occhio esterno, un occhio capace, che lo aiuti a individuare le eventuali aree di miglioramento. Inoltre desideravo poter fornire al lettore un prodotto di alta qualità, professionale, impaginato a dovere e privo di refusi. Io potrei rileggere venti volte  la parola “tettte” scritta con tre “t” che non me ne accorgerei!   Il lavoro è stato come te lo aspettavi? È stato meglio del previsto, infatti generalmente si prevede di essere frustati e censurati. Invece il lavoro (a parte quello riguardante impaginazioni e refusi) è stato un vero e proprio gioco di squadra; l’editor, come una guida super partes, mi segnalava le sue perplessità, io spiegavo le mie ragioni e insieme trovavamo soluzioni efficaci. La mia parola era sempre quella decisiva. È stato particolarmente interessante analizzare tutto il testo in maniera diversa da come abitualmente uno scrittore lo affronta. Mi sono sentita l’orologiaio delle parole.     Mi hai suggerito di pubblicare un’immagine dei lavori ancora in corso ed eccola qui sopra. Come si è svolta la collaborazione? Quando mi sono sentita pronta ho inviato il file con il mio libro all’editor, questi me lo ha restituito con tutte le correzioni e commenti a lato. Quindi via Skype o al telefono lo abbiamo passato come il riso e abbiamo preso decisioni importanti in merito alle sue annotazioni. Non una volta… tre! Discutevamo sia sulle singole parole sia sulle frasi e non di meno sull’intera struttura della storia per verificarne la coerenza. Insomma un lavoro certosino, sfiancante. Un lavoro dove bisogna mettersi in gioco e non avere timore di avere sbagliato.   Lo rifaresti? Lo rifarò e proprio grazie all’impegno che deve metterci l’autore: lo considero un valore aggiunto. Per un self come me è importantissimo stabilire insieme al proprio editor le linee editoriali da seguire e arrivare a produrre un risultato che io stessa possa condividere al 100%. È una bella fatica, ma non inutile e sicuramente istruttiva. Credo però che mi sia spuntata qualche nuova...

Buone prassi per il self-publishing

Nei giorni precedenti la partecipazione con No Brand Art a Più libri, più liberi, la fiera della piccola e media editoria di Roma, mi sono interrogata su quale sia in questo momento il problema principale di chi si autopubblica. Durante la conferenza del 7 dicembre sono partita da due considerazioni basate su dati numerici (fonte dei dati: Prospettiva self publishing, AIE 2013). Abbondanza di titoli autopubblicati Smashwords, la principale piattaforma globale di self-publishing, ha pubblicato 140 ebook nel 2008, 6.000 nel 2009, 28.800 nel 2010, 92.000 nel 2011, 191.000 nel 2012 e ben 220.000 nel primo quadrimestre 2013. A fine 2012, Bowker, l’agenzia che gestisce gli ISBN, contava 235.000 titoli autopubblicati, di cui 87.000 in formato digitale. Sul fronte del print on demand di Amazon, CreateSpace offre oltre 58.000 titoli autopubblicati. In Italia, i principali siti di print on demand rendono disponibili circa 36.000 titoli a stampa, con un andamento del +29% sul 2012. Si stima che i titoli in ebook siano almeno 3.500. Lettori qualificati Dalle ricerche emerge che i lettori forti sono i più inclini a comprare libri selfpublished. Il 61% degli acquirenti dichiara infatti di leggere ogni giorno. Il segmento omogeneo principale, pari al 36% dei lettori, è donna con oltre 45 anni. La grande quantità di titoli disponibili pone ai lettori, perlopiù forti, che li acquistano una domanda:  “Come distinguere i libri di qualità in questo mare magnum?”. Faccio riferimento a una qualità oggettiva, indipendente dal formato (cartaceo o digitale) e dai gusti personali (una preferenza per il romance piuttosto che per il genere fantasy). Quali ne sono i criteri? Un libro ben fatto è un libro ben scritto, indubbiamente, ma anche bene editato (e quindi senza incongruenze, ripetizioni, errori, refusi), ben tradotto, bene impaginato, con una copertina professionale, che sia facile da reperire e da scaricare e sostenuto da una buona promozione perché possa essere non solo acquistato ma letto e diffuso attraverso le recensioni e il passaparola. Produrre un libro di qualità è un vantaggio per il lettore, ma anche per l’autore il cui nome diventa, in assenza della certificazione di una casa editrice, un marchio di qualità. È un vantaggio anche per la categoria tutta dei selfpublisher, che acquista credibilità. Viceversa un libro mal fatto è controproducente sia per l’autore sia per tutti gli altri scrittori autoprodotti. Indicazioni per un libro di qualità La maggior parte degli autori che si autopubblicano si avventura in territori sconosciuti, fa altro per mestiere, non ha esperienza editoriale specifica. Il tempo dedicato ad apprendere le professionalità necessarie è fondamentalmente sottratto alla scrittura e i risultati spesso sono men che perfetti. Pubblicare un libro ben fatto utilizzando i servizi di professionisti quali editor, copyeditor, traduttori e grafici, comporta indubbiamente dei costi, che non saranno probabilmente ammortizzati dal primo titolo prodotto ma che aiuteranno, per un meccanismo di “accumulo della credibilità”, a vendere i titoli successivi. Come aiutare allora il selfpublisher nella sua attività? È una domanda che mi sono posta e che ci stiamo ponendo nel gruppo No Brand Art. La mia proposta è quella di creare una lista di buone prassi derivate dall’esperienza degli scrittori che hanno già compiuto una parte di questo percorso attraverso cicli di prova ed errore e dall’applicazione al selfpublishing dei processi che l’industria editoriale ha consolidato in secoli di lavoro. Penso a una lista, un protocollo di pratiche che vanno, per esempio, dall’adozione di norme editoriali, all’impostazione corretta del paratesto e dei metadati, dalla scelta di un editor, di un traduttore o di un grafico ai contratti con gli stampatori on demand. Si potrebbero tentare anche best practice di autopromozione, benché si situino su un terreno più mutevole. L’esperienza di tutti è preziosa e ogni suggerimento è bene...