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Tweetbook, un anno di editoria self

È stato un anno rutilante per l’editoria, vitale, fremente. L’ho seguito con passione e trepidazione, giorno dopo giorno. E nello spirito di sperimentazione che l’ha contrassegnato, offro a chi segue le vicende del settore questo libro bianco sotto forma di tweetbook, una scelta delle segnalazioni che mi sembrano più interessanti. Rapportato alla storia della stampa, un anno è ben poca cosa. Ma è bastato qualche mese per sconvolgere secoli di tradizione e trasformare una possibilità di cambiamento – o una minaccia, a seconda dei punti di vista – in una rivoluzione, un viaggio apparentemente senza ritorno dal cartaceo al digitale, dallo statico all’interattivo, dal dominio degli editori all’ingresso di nuovi protagonisti: online retailer, self-publisher, digital libraries, start-up tecnologiche. L’evoluzione parla inglese sì, come la gran massa dei lettori digitali e, in una mutazione dal basso e dall’esterno, sta smuovendo ormai anche i riluttanti guardiani dei cancelli. Le librerie sono in crisi, anche nel nostro Paese. La lettura si è frantumata, messa in movimento. La tecnologia offre soluzioni a domande che ancora non sono formulate e corre veloce, più delle abitudini e della fantasia. Come nel warp di 2001 Odissea nello spazio ci si sente accelerati, curiosi su tappe e destinazione ma allo stesso tempo accecati da luci, colori, device, app, formati, store, platform. Si incontrano coraggiosi compagni di viaggio, nostalgici del profumo della carta e negazionisti convinti. Si parla, si discute e si crea, si fa guerrilla publishing cercando di immaginare il futuro. Perché questo è il grado zero della nuova editoria. Scarica gratis l’EPUB Scarica gratis per...

Portare i libri autopubblicati nelle biblioteche

In vista del convegno La biblioteca connessa (13-14 marzo, Palazzo delle Stelline, Milano), ho incontrato Debora Mapelli, del Sistema bibliotecario vimercatese, per chiederle come stanno cambiando i servizi di acquisto e prestito nell’era digitale, specialmente in rapporto ai libri autopubblicati.   Il Sistema per cui lavori coordina l’attività di 27 biblioteche a cavallo tra le province di Milano e di Monza e Brianza, con un bacino di circa 180.000 abitanti. Un bel campione. Come vi state attrezzando per fornire ebook? Ci appoggiamo a MediaLibraryOnline (MLOL), un servizio gestito da Horizons Unlimited srl di Bologna e ormai diffuso su tutto il territorio nazionale. MLOL contratta i diritti per conto nostro e ci propone diverse tipologie di titoli suddivisi nei cataloghi Edigita (Giunti, Bompiani, Rizzoli e altri grandi e piccoli editori), Mondadori e Book Republic (gli unici con social DRM, distribuiscono editori piccoli e medi di qualità). Attualmente acquistiamo e mettiamo a disposizione degli utenti tramite la piattaforma MLOL quotidiani e periodici italiani e stranieri, musica classica e jazz in streaming, ebook nonché enciclopedie e banche dati gratuite. Ma MediaLibraryOnline offre anche audiolibri, corsi di lingue, film d’essai, enciclopedie e dizionari a pagamento e l’intero catalogo Sony in MP3.   Quanto vi costano i libri elettronici? Come funziona l’acquisto? Un ebook ci costa mediamente intorno ai 20 euro, suddivisi in 10-12 euro per il titolo e 8 euro per un pacchetto di 10 download. Esauriti i download possiamo acquistarne altri oppure tenerci la copia del titolo, che però può essere prestata solo su un dispositivo di lettura a un singolo utente per volta (in linea teorica, perché nessuna delle biblioteche aderenti lo fa). Esistono anche esperienze diverse, come quella della biblioteca di Cologno Monzese che presta direttamente i reader contenenti tutta la serie degli ebook a disposizione. È partita tra le prime e ha preso accordi direttamente con gli editori.   Avete molte richieste di prestito? Nel 2013, su 38.762 utenti attivi (che hanno chiesto almeno un libro), 2.189 hanno usufruito del servizio MLOL, consultandolo ben 33.696 volte. Di questi utenti, 584 hanno scaricato ebook, per un totale di 1.746 download. Gli ebook a disposizione sono 390, di cui 280 scaricati almeno una volta. Probabilmente lo scorso Natale molti hanno ricevuto e-reader e tablet in regalo perché le richieste sono sensibilmente aumentate. Forse grazie anche al prestito interbibliotecario digitale in fase di sperimentazione, che fa lievitare il numero degli ebook disponibili a 2.500-3.000 titoli. I nostri ebook sono destinati a crescere perché dopo tre richieste ad altri Sistemi scatta l’acquisto in automatico.   Come stanno cambiando le abitudini di lettura? Avete dati anche su quelle? Per i nostri utenti abbiamo tenuto corsi su cosa sono gli ebook, su come prenderli in prestito e leggerli, ma una volta che il libro è stato scaricato non sappiamo cosa succede. Molti utenti non capiscono come funzionino i DRM ma, una volta superato lo scoglio, sono contenti e non tornano più al cartaceo.   I libri autopubblicati hanno qualche chance, attualmente, di entrare nelle biblioteche, e come? Il self-publishing ci interessa e abbiamo fatto noi stessi una piccola esperienza in digitale. Ci rendiamo conto che l’autopubblicazione costituisce una risorsa ancora inesplorata, ma alcuni problemi di ordine burocratico al momento ci legano le mani impedendo l’acquisto di e-book autopubblicati. Per esempio, le biblioteche non hanno una carta di credito con cui comprare questi libri online. Poi c’è la questione delle licenze, che andrebbero contrattate individualmente. Abbiamo però acquistato o accettato doni di scrittori locali in cartaceo. Lo scorso anno la biblioteca di Concorezzo ha ospitato diversi autori autopubblicati per la presentazione dei loro libri e ci farebbe un enorme piacere conoscere nuovi scrittori.   Debora Mapelli è social media manager e assistente alla rete LAN del Sistema bibliotecario...

In favore delle recensioni negative

Un’ondata di attacchi contro alcuni autori famosi ha portato all’attenzione generale l’annoso problema delle recensioni negative e del loro lato oscuro, ossia le critiche immotivate e virulente, gratuitamente diffamatorie e insultanti. Gli scrittori propongono la loro medicina: una petizione ad Amazon perché tolga l’anonimato ai revisori, verificandone l’identità. Il problema di distinguere una recensione a una stella o un commento negativo legittimi da un attacco dettato da invidia o psicopatia sociale esiste ed è innegabile. Le recensioni sono il sistema di orientamento del lettore e devono essere quanto più oggettive possibile per il bene di tutti, anche e soprattutto degli scrittori autopubblicati. Le recensioni false non permettono infatti di distinguere la bravura dalla mediocrità, tradiscono la fiducia del lettore che, dopo qualche delusione, trae la sua conclusione: degli scrittori in generale e di quelli autopubblicati in particolare non ci si deve fidare perché si prendono fregature, meglio andare sul sicuro con i marchi delle case editrici.   Una soluzione difficile per Amazon e pericolosa per gli autori   La proposta di togliere l’anonimato alle recensioni è però una soluzione difficilmente percorribile, per due motivi. Il primo è di natura pratico-burocratica. Bisogna che l’identità del recensore sia certa, ossia appurata attraverso un documento d’identità, per togliere la possibilità ai troll di crearsi account multipli. Amazon dovrebbe quindi costringere tutti i suoi utenti, in tutto il mondo, a identificarsi rischiando di scontentarne molti e intraprendere la verifica minuziosa dei loro documenti. Rischioso e costoso. Il secondo motivo è di natura psicologica. Non me ne vogliano gli autori, ma conoscere l’identità di un recensore metterebbe quest’ultimo a rischio di stalking, nel caso la recensione fosse negativa. Siamo tutti brave persone, ovviamente. Ma non fatico a credere che i recensori ci penserebbero due volte prima di criticare duramente (e magari giustamente) un libro sottoponendosi al rischio di ritorsioni. Il risultato sarebbe probabilmente un calo drastico di recensioni negative. Non c’è da gioirne. Le recensioni negative sono ancora più preziose di quelle positive; non solo perché costituiscono un feedback per lo scrittore, ma perché scremano secondo una selezione naturale. Limitarsi alle lodi sperticate equivarrebbe ad azzerarne il valore e sarebbe un errore madornale.   [Ringrazio Martina Munzittu per la...

Ha senso una narrativa virtuale?

Torniamo a parlare di futuro del “libro”. Ormai virgoletto il termine perché, come hanno illustrato Fabrizio Venerandi e Orf Quarenghi nelle rispettive interviste, ci stiamo discostando nettamente dal concetto tradizionale di testo scritto su un supporto statico. Seguendo il flusso degli interventi precedenti, che partono dall’ebook per indagare nuovi supporti tecnologici e quindi nuovi linguaggi, ho fatto qualche domanda ad Aaron Brancotti,  a.k.a. Babele Dunnit, sviluppatore software che lavora su videogame, eye tracking e intelligenza artificiale ed è stato tra i pionieri della Realtà virtuale dei primi anni Novanta.   Sul mercato sono ormai disponibili a prezzi accessibili gli strumenti (Oculus Rift + Kinect) per un’immersività vera, totale. Cos’è cambiato rispetto alla Virtual Reality di cui si parlava vent’anni fa (e di cui ho raccontato la mia esperienza qui)? Calma. Mi sono abituato negli anni a muovermi con i piedi di piombo rispetto a questi annunci. Sicuramente ci sono nuovi strumenti molto interessanti (Kinect, certamente, anche se con tutti i suoi limiti) e Oculus Rift che deve ancora diventare un prodotto consumer (attualmente è disponibile il developer kit). Vedremo quanto costerà quest’ultimo HMD, del quale tutti parlano in maniera entusiastica; certamente il fatto che Carmack, il padre di Doom, sia saltato sulla barca di Oculus fa ben sperare. Poi siamo assolutamente d’accordo che ora abbiamo macchine incredibilmente più potenti – oppure incredibilmente più economiche, che è la stessa cosa – e che esiste un’infrastruttura di rete che ha permesso/permette/permetterà la creazione di mondi virtuali estremamente dettagliati. Ma la questione è filosofica, non tecnica: a me sembra che la VR continui a essere una soluzione in cerca di problemi. Mi è capitato in mano un mio documento del ’94, nel quale descrivevo un ipotetico gioco che avrei voluto realizzare con la mia società di quegli anni… un misto di Second Life e Facebook, rileggendolo adesso (e se non ci credi te lo mando e ti do la liberatoria per pubblicarlo, però devi fidarti sul fatto che l’abbia scritto a metà anni ’90). A un certo punto mi ero bloccato perché stimavo che fosse troppo difficile e lento distribuire le informazioni relative a questo immenso mondo condiviso tra tutte le workstation che partecipavano al gioco… via modem! Non c’era Internet. È incredibile a pensarci adesso, ma non c’era la Rete. E personalmente credo che, ancora più dei vari caschi e dispositivi esoterici e della sensoristica 3D che certamente sono migliorati (anche se non quanto i computer veri e propri), la vera differenza sia quella. Il Cyberspazio è vuoto per default, e riempirlo da soli è un lavoro immenso. Secondo me il vero boost è la dimensione sociale, ed è stata quella la grande sfida vinta da Second Life.   Erano anni che non sentivo parlare di Cyberspazio. Come immagini che queste tecnologie possano essere utilizzate in campo editoriale? Per un nuovo tipo di narrazione, fruizione, distribuzione di storie? Certamente uno dei problemi per i quali la VR potrebbe essere una soluzione è la narrazione digitale. Però qui c’è un gap enorme: se da una parte è assolutamente vero che l’ebook è il grado zero dell’editoria digitale, dall’altra quando mi parli di un “nuovo tipo di narrazione” associandolo alle tre gambe “classiche” della VR – ovvero tempo reale, immersione e interazione – non possono che venirmi in mente… i videogiochi. Che, per carità, per narrare narrano eh, ma forse non sono esattamente quello che abbiamo in mente. È necessario un ripensamento profondo, come insieme ad Alessio Mazzolotti siamo arrivati a concludere dopo avere passato molte ore a parlare di non-linearità, biblioteche di Babele, meccanica quantistica, Sepher Yetzirah e altri brevi cenni sull’Universo. È cambiata la natura stessa dell’Opera, ora digitale, non più cristallizzata nella sua dicotomia forma/contenuto ma anzi liquida e ormai inscindibile da un terzo elemento, il supporto tecnologico, e quindi dalla sua interfaccia. Deve pertanto cambiare anche e soprattutto l’Autore della stessa, che è probabilmente la parte più difficile di tutta la faccenda. Credo che sia anche questione di tempo: i “nativi digitali” (nel senso migliore del termine, non in quello stupido e contrabbandato dai media di “giovani che sanno usare le Macchine per scienza infusa”, che è ovviamente un’idiozia) nascono ora e toccherà a loro, probabilmente, intuire quali debbano essere questi nuovi equilibri ed essere gli autori di domani.   Queste applicazioni saranno alla portata di tutti o soltanto dei grandi editori? Leggi: richiedono grossi investimenti e competenze specialistiche? Certamente non sono alla portata di tutti, oggi, ma non passa giorno in cui io non rimanga stupito da come certi ambiti dello sviluppo del software diventino sempre più facili da domare. Io sono un vecchio sviluppatore C++, sono abituato a sputare sangue per estrarre dal silicio quello che voglio, mentre oggi vedo le nuove leve che – magari senza sapere esattamente quello che sta succedendo là dentro – costruiscono mondi con facilità estrema e con linguaggi che, lo ammetto, mi straniscono (Ruby, per esempio). Cosa che a molti dà fastidio, perché “se un programmatore non capisce il silicio non è un vero programmatore”, ma non a me: è comunque una questione relativa, neanch’io capisco “tutto”, non arrivo alle leggi fisiche che spostano gli elettroni da una parte all’altra quando scrivo software, e sinceramente me ne frego. E così arriviamo alla solita lotta tra libertà e pappa pronta: da una parte il linguaggio di programmazione, il foglio vuoto, tu e la Macchina, la libertà assoluta, dall’altra il framework, il toolkit, l’applicazione autoriale che ti permette in pochissimo tempo di costruire...

A ogni storia il suo mezzo

Parliamo ancora di futuro del libro. Stimolata dall’intervista all’editore Fabrizio Venerandi, ho deciso di cambiare prospettiva e di affrontare la questione dal punto di vista della tecnologia interpellando Orf Quarenghi, esperto di sviluppo software e interaction design e autore di splendide installazioni multimediali.   Attualmente, l’ebook è più o meno la trasposizione digitale di un libro cartaceo. Prevedi un impiego più massiccio delle tue competenze nel futuro del libro? Quali potrebbero essere i campi di interazione? Non lo so, non mi sono ancora fatto un’opinione precisa in merito – sono un uomo di dubbi, non di fede né di certezze… La tua domanda – permettimi di prenderla alla lontana – mi ha fatto pensare al fumetto. Un formato narrativo che ho amato e amo ancora molto. Che però spesso mi lascia insoddisfatto, anche quando la storia mi piace per come è raccontata e disegnata. Ho capito che il fumetto mi stressa. Mi sovraccarica di stimoli, non riesco a leggerlo con calma. Più è ricco graficamente (e più lo trovo bello), più mi affatica leggerlo. La seconda variabile è la lunghezza della storia. Il fumetto è sempre troppo corto. Funziona bene solo quando la storia è appropriata al formato fumetto, quando è intrinsecamente adatta a essere raccontata brevemente. Questa riflessione mi viene in mente perché, in un certo senso, un fumetto è un romanzo aumentato. Spesso, con amici tecnologi e intellettuali, parliamo dell’evoluzione del romanzo, ci scervelliamo per inventare qualcosa che sfrutti la tecnologia aggiungendo un elemento nuovo che sia in qualche modo sostanziale. Non abbiamo mai cavato un ragno dal buco – ma abbiamo bevuto un sacco di birra, per cui non è stato tempo perso. Credo il punto stia nella famosa frase di Marshall McLuhan: “Il mezzo è il messaggio”. Oltre all’ebook (che a me piace molto per la sua praticità e per il suo rimanere fondamentalmente libro) ci sono molti esperimenti di libri interattivi, alcuni molto ben fatti e intriganti a livello di grafica e interazione… ma non riesco a considerarli l’embrione di qualcosa che sta nascendo. Mi sembra una moda priva di sostanza e di prospettiva. Onestamente, non so prevedere come evolverà “il libro” – tra l’altro, parlo di libro ma in realtà sto sempre e solo pensando al romanzo. Lascio la saggistica fuori dal discorso perché credo che su quel fronte il paradigma ipertestuale/multimediale sia assolutamente e ovviamente vincente. L’interazione è uno strumento di storytelling. Il fumetto somiglia al romanzo, ma non è un romanzo. Il videogioco somiglia al film ma non è un film. L’interazione è un (insieme di) media ancora tutto da esplorare. Insomma, la risposta più onesta sarebbe: “Non lo so, ma ne vedremo delle belle!”.   Citi McLuhan, il mezzo è il messaggio. Ma l’universo di chi utilizza la tecnologia per creare è molto lontano da quello degli scrittori tradizionali, che spesso sanno usare solo il word processor e i social media. Se non conoscono il mezzo, come possono creare il messaggio? Prevedi la nascita di una nuova figura, come quella dello sceneggiatore di videogame, che lavorerà alle storie in team con programmatori? Be’, lo si fa già. Nell’ambito delle videoinstallazioni e delle performance teatrali è già così. C’è una storia da raccontare che qualcuno ha verosimilmente già scritto, poi bisogna decidere come raccontarla, e a quel punto i tecnici dicono la loro. Il programmatore – o i programmatori – sono parte del team. Ho lavorato così con Studio Azzurro, con N!03 e con tutti quelli che approcciavano l’interazione con in testa lo storytelling.   È come se la scrittura fosse accerchiata, gli spazi in cui potrebbe espandersi già occupati, presi, esplorati da altre arti o forme miste. Il pensiero va alla Realtà virtuale come sincretismo di molte arti: la narrazione lunga tradizionale, il cinema o meglio il teatro, la musica, la coreografia… Il sincretismo è ok. Il romanzo rimane la mia forma espressiva preferita, anzi, la mia droga preferita. Però si stanno sviluppando molte forme espressive corali. Film, videogame, performance interattive, installazioni interattive…   Quindi, ho una bella storia e scelgo il mezzo più adatto per raccontarla. Il contrario di quanto accade nel caso degli adattamenti (audio, cinematografici o televisivi) di un libro, in cui la storia è stata formulata per la forma scritta e viene tradotta in un nuovo linguaggio. Un capovolgimento di prospettiva. Non lo so bene. So che una storia ce l’hai nella testa poi, quando devi raccontarla, a seconda del mezzo che scegli cambia tutto. Magari quella storia sei un cane a scriverla, però sei bravissimo a disegnarla… e mentre ti esce prende forma e si modifica, diventa anche un’altra storia. In questo senso il mezzo è il messaggio. Poi c’è l’idea, la storia “pura” e astratta dal mezzo… ma siamo sicuri che la storia esista, prima che venga espressa? Dagli anni ’90 Orf Quarenghi sviluppa software per videoinstallazioni interattive. Il motto del suo sito recita: “Interaction is storytelling and storytelling is a...

Il libro del futuro sarà codice

Ragionando sulla forma futura del libro e su esperimenti come il progetto transmediale di HaperCollins e Niantic, ho sondato il parere di Fabrizio Venerandi, co-fondatore di Quintadicopertina, una piccola casa editrice con già diverse sperimentazioni in catalogo: storie a bivi, adventure game testuali, antologie à la carte, abbonamenti all’autore.   SZ: Ho visto gli esperimenti che fai con gli ebook e ne sono affascinata. Vorrei chiederti di immaginare quali potrebbero essere gli sviluppi futuri del libro, perché credo che l’ebook sia solo il grado zero dell’editoria digitale. FV: Io tenderei ad allontanare il termine libro da quello che avverrà nell’editoria digitale. Penso che lo sviluppo di prodotti editoriali manterrà certamente una forma ebook come ulteriore “uscita” del prodotto libro, non fosse altro che per motivi pragmaticamente economici, ma a questo modello si affiancheranno piattaforme di lettura, di condivisione, di interrogazione di contenuti che avranno più somiglianze con la rete che con l’oggetto libro. Il libro del futuro sarà codice, e il suo contenuto saranno dati (già oggi, sotto alcuni aspetti, è così per gli ebook).   Un libro smembrato e riassemblato a piacere, come i vostri jukebooks? Oppure un prodotto in continua evoluzione, come le wiki, soggetto alle aggiunte e correzioni del lettore? Come si pone l’editore di fronte a questa disintermediazione o, meglio, a questa nuova mediazione di internet+informatica, che sembra collegare contenuto e lettore bypassando l’editore? Credo sia necessario un misto di entusiasmo e scetticismo. È giusto seguire e partecipare (e creare in alcuni casi) i presupposti di modalità di lettura e scrittura alternative a quelle della forma libro, ma bisogna anche avere chiari i limiti, i numeri e i possibili sviluppi dei diversi motori per dare a ognuno le risorse possibili. Nel digitale è apparentemente facile fare tutto, ma l’esperienza mi dice che questo vale sia per la partenza sia per la chiusura di un progetto. A livello artistico e letterario invece, penso che l’editore possa spostare il suo ruolo da quello di selezionatore di contenuti a quello di programmatore e progettatore di ambienti che gestiscono i materiali di lettori e scrittori. Avendo però ben chiaro che si stratta di due materiali diversi. Più che il modello di wiki condivise e aperte a tutti, trovo paradossalmente più moderno e stimolante quello dei MUD, specie se non solo orientati al gioco. Lì da sempre esistono scrittori che creano sovra-ambienti, lettori che popolano questi ambienti e altri lettori che ci vivono. Tutti e tre i gradi producono letteratura, ma lavorando su layer differenti.   State lavorando a qualcosa nello specifico? Abbiamo alcuni progetti in cantiere per il 2014, ma un semplice esempio già attivo è Il segreto dell’ultimo di Stefania Fabri. Si tratta di un ebook a bivi per ragazzi al termine del quale è possibile accedere, partendo dall’ebook stesso, a un portale on-line dove i lettori possono continuare le storie incontrate lungo la strada. È un progetto che stiamo sperimentando in alcune classi scolastiche e che proporremo nel corso dell’anno a docenti e biblioteche.   Come deve cambiare il ruolo dello scrittore per adattarsi ai nuovi scenari che si aprono? Dal punto di vista della scrittura, gli autori possono ideare storie svincolate dal paradigma del libro. Ovviamente se hanno qualcosa da dire e da raccontare fuori dal libro: non deve essere una proposizione pretestuosa o artefatta, ma funzionale. È finito il tempo delle sperimentazioni, da questo punto di vista almeno. Il secondo punto è quello del rapporto con i lettori: scrittori e lettori digitali condividono un luogo comune che è la rete. Spesso si scambiano anche di posto. Questa presenza non è solo incidentale, ma può modificare la modalità di progettazione della propria narrazione e il rapporto “storia-lettore”. Non ultime, la commercializzazione e la promozione del testo vedono l’autore in una posizione molto più diretta rispetto all’editoria tradizionale. Per un autore digitale sapere usare con franchezza i social network è molto più utile che una presentazione in libreria. Fabrizio Venerandi è scrittore, co-fondatore nel 2010 della casa editrice digitale Quintadicopertina e docente di editoria multimediale al master Professione Editoria dell’Università Cattolica di...