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Tweetbook, un anno di editoria self

È stato un anno rutilante per l’editoria, vitale, fremente. L’ho seguito con passione e trepidazione, giorno dopo giorno. E nello spirito di sperimentazione che l’ha contrassegnato, offro a chi segue le vicende del settore questo libro bianco sotto forma di tweetbook, una scelta delle segnalazioni che mi sembrano più interessanti. Rapportato alla storia della stampa, un anno è ben poca cosa. Ma è bastato qualche mese per sconvolgere secoli di tradizione e trasformare una possibilità di cambiamento – o una minaccia, a seconda dei punti di vista – in una rivoluzione, un viaggio apparentemente senza ritorno dal cartaceo al digitale, dallo statico all’interattivo, dal dominio degli editori all’ingresso di nuovi protagonisti: online retailer, self-publisher, digital libraries, start-up tecnologiche. L’evoluzione parla inglese sì, come la gran massa dei lettori digitali e, in una mutazione dal basso e dall’esterno, sta smuovendo ormai anche i riluttanti guardiani dei cancelli. Le librerie sono in crisi, anche nel nostro Paese. La lettura si è frantumata, messa in movimento. La tecnologia offre soluzioni a domande che ancora non sono formulate e corre veloce, più delle abitudini e della fantasia. Come nel warp di 2001 Odissea nello spazio ci si sente accelerati, curiosi su tappe e destinazione ma allo stesso tempo accecati da luci, colori, device, app, formati, store, platform. Si incontrano coraggiosi compagni di viaggio, nostalgici del profumo della carta e negazionisti convinti. Si parla, si discute e si crea, si fa guerrilla publishing cercando di immaginare il futuro. Perché questo è il grado zero della nuova editoria. Scarica gratis l’EPUB Scarica gratis per...

Ha senso una narrativa virtuale?

Torniamo a parlare di futuro del “libro”. Ormai virgoletto il termine perché, come hanno illustrato Fabrizio Venerandi e Orf Quarenghi nelle rispettive interviste, ci stiamo discostando nettamente dal concetto tradizionale di testo scritto su un supporto statico. Seguendo il flusso degli interventi precedenti, che partono dall’ebook per indagare nuovi supporti tecnologici e quindi nuovi linguaggi, ho fatto qualche domanda ad Aaron Brancotti,  a.k.a. Babele Dunnit, sviluppatore software che lavora su videogame, eye tracking e intelligenza artificiale ed è stato tra i pionieri della Realtà virtuale dei primi anni Novanta.   Sul mercato sono ormai disponibili a prezzi accessibili gli strumenti (Oculus Rift + Kinect) per un’immersività vera, totale. Cos’è cambiato rispetto alla Virtual Reality di cui si parlava vent’anni fa (e di cui ho raccontato la mia esperienza qui)? Calma. Mi sono abituato negli anni a muovermi con i piedi di piombo rispetto a questi annunci. Sicuramente ci sono nuovi strumenti molto interessanti (Kinect, certamente, anche se con tutti i suoi limiti) e Oculus Rift che deve ancora diventare un prodotto consumer (attualmente è disponibile il developer kit). Vedremo quanto costerà quest’ultimo HMD, del quale tutti parlano in maniera entusiastica; certamente il fatto che Carmack, il padre di Doom, sia saltato sulla barca di Oculus fa ben sperare. Poi siamo assolutamente d’accordo che ora abbiamo macchine incredibilmente più potenti – oppure incredibilmente più economiche, che è la stessa cosa – e che esiste un’infrastruttura di rete che ha permesso/permette/permetterà la creazione di mondi virtuali estremamente dettagliati. Ma la questione è filosofica, non tecnica: a me sembra che la VR continui a essere una soluzione in cerca di problemi. Mi è capitato in mano un mio documento del ’94, nel quale descrivevo un ipotetico gioco che avrei voluto realizzare con la mia società di quegli anni… un misto di Second Life e Facebook, rileggendolo adesso (e se non ci credi te lo mando e ti do la liberatoria per pubblicarlo, però devi fidarti sul fatto che l’abbia scritto a metà anni ’90). A un certo punto mi ero bloccato perché stimavo che fosse troppo difficile e lento distribuire le informazioni relative a questo immenso mondo condiviso tra tutte le workstation che partecipavano al gioco… via modem! Non c’era Internet. È incredibile a pensarci adesso, ma non c’era la Rete. E personalmente credo che, ancora più dei vari caschi e dispositivi esoterici e della sensoristica 3D che certamente sono migliorati (anche se non quanto i computer veri e propri), la vera differenza sia quella. Il Cyberspazio è vuoto per default, e riempirlo da soli è un lavoro immenso. Secondo me il vero boost è la dimensione sociale, ed è stata quella la grande sfida vinta da Second Life.   Erano anni che non sentivo parlare di Cyberspazio. Come immagini che queste tecnologie possano essere utilizzate in campo editoriale? Per un nuovo tipo di narrazione, fruizione, distribuzione di storie? Certamente uno dei problemi per i quali la VR potrebbe essere una soluzione è la narrazione digitale. Però qui c’è un gap enorme: se da una parte è assolutamente vero che l’ebook è il grado zero dell’editoria digitale, dall’altra quando mi parli di un “nuovo tipo di narrazione” associandolo alle tre gambe “classiche” della VR – ovvero tempo reale, immersione e interazione – non possono che venirmi in mente… i videogiochi. Che, per carità, per narrare narrano eh, ma forse non sono esattamente quello che abbiamo in mente. È necessario un ripensamento profondo, come insieme ad Alessio Mazzolotti siamo arrivati a concludere dopo avere passato molte ore a parlare di non-linearità, biblioteche di Babele, meccanica quantistica, Sepher Yetzirah e altri brevi cenni sull’Universo. È cambiata la natura stessa dell’Opera, ora digitale, non più cristallizzata nella sua dicotomia forma/contenuto ma anzi liquida e ormai inscindibile da un terzo elemento, il supporto tecnologico, e quindi dalla sua interfaccia. Deve pertanto cambiare anche e soprattutto l’Autore della stessa, che è probabilmente la parte più difficile di tutta la faccenda. Credo che sia anche questione di tempo: i “nativi digitali” (nel senso migliore del termine, non in quello stupido e contrabbandato dai media di “giovani che sanno usare le Macchine per scienza infusa”, che è ovviamente un’idiozia) nascono ora e toccherà a loro, probabilmente, intuire quali debbano essere questi nuovi equilibri ed essere gli autori di domani.   Queste applicazioni saranno alla portata di tutti o soltanto dei grandi editori? Leggi: richiedono grossi investimenti e competenze specialistiche? Certamente non sono alla portata di tutti, oggi, ma non passa giorno in cui io non rimanga stupito da come certi ambiti dello sviluppo del software diventino sempre più facili da domare. Io sono un vecchio sviluppatore C++, sono abituato a sputare sangue per estrarre dal silicio quello che voglio, mentre oggi vedo le nuove leve che – magari senza sapere esattamente quello che sta succedendo là dentro – costruiscono mondi con facilità estrema e con linguaggi che, lo ammetto, mi straniscono (Ruby, per esempio). Cosa che a molti dà fastidio, perché “se un programmatore non capisce il silicio non è un vero programmatore”, ma non a me: è comunque una questione relativa, neanch’io capisco “tutto”, non arrivo alle leggi fisiche che spostano gli elettroni da una parte all’altra quando scrivo software, e sinceramente me ne frego. E così arriviamo alla solita lotta tra libertà e pappa pronta: da una parte il linguaggio di programmazione, il foglio vuoto, tu e la Macchina, la libertà assoluta, dall’altra il framework, il toolkit, l’applicazione autoriale che ti permette in pochissimo tempo di costruire...

A ogni storia il suo mezzo

Parliamo ancora di futuro del libro. Stimolata dall’intervista all’editore Fabrizio Venerandi, ho deciso di cambiare prospettiva e di affrontare la questione dal punto di vista della tecnologia interpellando Orf Quarenghi, esperto di sviluppo software e interaction design e autore di splendide installazioni multimediali.   Attualmente, l’ebook è più o meno la trasposizione digitale di un libro cartaceo. Prevedi un impiego più massiccio delle tue competenze nel futuro del libro? Quali potrebbero essere i campi di interazione? Non lo so, non mi sono ancora fatto un’opinione precisa in merito – sono un uomo di dubbi, non di fede né di certezze… La tua domanda – permettimi di prenderla alla lontana – mi ha fatto pensare al fumetto. Un formato narrativo che ho amato e amo ancora molto. Che però spesso mi lascia insoddisfatto, anche quando la storia mi piace per come è raccontata e disegnata. Ho capito che il fumetto mi stressa. Mi sovraccarica di stimoli, non riesco a leggerlo con calma. Più è ricco graficamente (e più lo trovo bello), più mi affatica leggerlo. La seconda variabile è la lunghezza della storia. Il fumetto è sempre troppo corto. Funziona bene solo quando la storia è appropriata al formato fumetto, quando è intrinsecamente adatta a essere raccontata brevemente. Questa riflessione mi viene in mente perché, in un certo senso, un fumetto è un romanzo aumentato. Spesso, con amici tecnologi e intellettuali, parliamo dell’evoluzione del romanzo, ci scervelliamo per inventare qualcosa che sfrutti la tecnologia aggiungendo un elemento nuovo che sia in qualche modo sostanziale. Non abbiamo mai cavato un ragno dal buco – ma abbiamo bevuto un sacco di birra, per cui non è stato tempo perso. Credo il punto stia nella famosa frase di Marshall McLuhan: “Il mezzo è il messaggio”. Oltre all’ebook (che a me piace molto per la sua praticità e per il suo rimanere fondamentalmente libro) ci sono molti esperimenti di libri interattivi, alcuni molto ben fatti e intriganti a livello di grafica e interazione… ma non riesco a considerarli l’embrione di qualcosa che sta nascendo. Mi sembra una moda priva di sostanza e di prospettiva. Onestamente, non so prevedere come evolverà “il libro” – tra l’altro, parlo di libro ma in realtà sto sempre e solo pensando al romanzo. Lascio la saggistica fuori dal discorso perché credo che su quel fronte il paradigma ipertestuale/multimediale sia assolutamente e ovviamente vincente. L’interazione è uno strumento di storytelling. Il fumetto somiglia al romanzo, ma non è un romanzo. Il videogioco somiglia al film ma non è un film. L’interazione è un (insieme di) media ancora tutto da esplorare. Insomma, la risposta più onesta sarebbe: “Non lo so, ma ne vedremo delle belle!”.   Citi McLuhan, il mezzo è il messaggio. Ma l’universo di chi utilizza la tecnologia per creare è molto lontano da quello degli scrittori tradizionali, che spesso sanno usare solo il word processor e i social media. Se non conoscono il mezzo, come possono creare il messaggio? Prevedi la nascita di una nuova figura, come quella dello sceneggiatore di videogame, che lavorerà alle storie in team con programmatori? Be’, lo si fa già. Nell’ambito delle videoinstallazioni e delle performance teatrali è già così. C’è una storia da raccontare che qualcuno ha verosimilmente già scritto, poi bisogna decidere come raccontarla, e a quel punto i tecnici dicono la loro. Il programmatore – o i programmatori – sono parte del team. Ho lavorato così con Studio Azzurro, con N!03 e con tutti quelli che approcciavano l’interazione con in testa lo storytelling.   È come se la scrittura fosse accerchiata, gli spazi in cui potrebbe espandersi già occupati, presi, esplorati da altre arti o forme miste. Il pensiero va alla Realtà virtuale come sincretismo di molte arti: la narrazione lunga tradizionale, il cinema o meglio il teatro, la musica, la coreografia… Il sincretismo è ok. Il romanzo rimane la mia forma espressiva preferita, anzi, la mia droga preferita. Però si stanno sviluppando molte forme espressive corali. Film, videogame, performance interattive, installazioni interattive…   Quindi, ho una bella storia e scelgo il mezzo più adatto per raccontarla. Il contrario di quanto accade nel caso degli adattamenti (audio, cinematografici o televisivi) di un libro, in cui la storia è stata formulata per la forma scritta e viene tradotta in un nuovo linguaggio. Un capovolgimento di prospettiva. Non lo so bene. So che una storia ce l’hai nella testa poi, quando devi raccontarla, a seconda del mezzo che scegli cambia tutto. Magari quella storia sei un cane a scriverla, però sei bravissimo a disegnarla… e mentre ti esce prende forma e si modifica, diventa anche un’altra storia. In questo senso il mezzo è il messaggio. Poi c’è l’idea, la storia “pura” e astratta dal mezzo… ma siamo sicuri che la storia esista, prima che venga espressa? Dagli anni ’90 Orf Quarenghi sviluppa software per videoinstallazioni interattive. Il motto del suo sito recita: “Interaction is storytelling and storytelling is a...

Il libro del futuro sarà codice

Ragionando sulla forma futura del libro e su esperimenti come il progetto transmediale di HaperCollins e Niantic, ho sondato il parere di Fabrizio Venerandi, co-fondatore di Quintadicopertina, una piccola casa editrice con già diverse sperimentazioni in catalogo: storie a bivi, adventure game testuali, antologie à la carte, abbonamenti all’autore.   SZ: Ho visto gli esperimenti che fai con gli ebook e ne sono affascinata. Vorrei chiederti di immaginare quali potrebbero essere gli sviluppi futuri del libro, perché credo che l’ebook sia solo il grado zero dell’editoria digitale. FV: Io tenderei ad allontanare il termine libro da quello che avverrà nell’editoria digitale. Penso che lo sviluppo di prodotti editoriali manterrà certamente una forma ebook come ulteriore “uscita” del prodotto libro, non fosse altro che per motivi pragmaticamente economici, ma a questo modello si affiancheranno piattaforme di lettura, di condivisione, di interrogazione di contenuti che avranno più somiglianze con la rete che con l’oggetto libro. Il libro del futuro sarà codice, e il suo contenuto saranno dati (già oggi, sotto alcuni aspetti, è così per gli ebook).   Un libro smembrato e riassemblato a piacere, come i vostri jukebooks? Oppure un prodotto in continua evoluzione, come le wiki, soggetto alle aggiunte e correzioni del lettore? Come si pone l’editore di fronte a questa disintermediazione o, meglio, a questa nuova mediazione di internet+informatica, che sembra collegare contenuto e lettore bypassando l’editore? Credo sia necessario un misto di entusiasmo e scetticismo. È giusto seguire e partecipare (e creare in alcuni casi) i presupposti di modalità di lettura e scrittura alternative a quelle della forma libro, ma bisogna anche avere chiari i limiti, i numeri e i possibili sviluppi dei diversi motori per dare a ognuno le risorse possibili. Nel digitale è apparentemente facile fare tutto, ma l’esperienza mi dice che questo vale sia per la partenza sia per la chiusura di un progetto. A livello artistico e letterario invece, penso che l’editore possa spostare il suo ruolo da quello di selezionatore di contenuti a quello di programmatore e progettatore di ambienti che gestiscono i materiali di lettori e scrittori. Avendo però ben chiaro che si stratta di due materiali diversi. Più che il modello di wiki condivise e aperte a tutti, trovo paradossalmente più moderno e stimolante quello dei MUD, specie se non solo orientati al gioco. Lì da sempre esistono scrittori che creano sovra-ambienti, lettori che popolano questi ambienti e altri lettori che ci vivono. Tutti e tre i gradi producono letteratura, ma lavorando su layer differenti.   State lavorando a qualcosa nello specifico? Abbiamo alcuni progetti in cantiere per il 2014, ma un semplice esempio già attivo è Il segreto dell’ultimo di Stefania Fabri. Si tratta di un ebook a bivi per ragazzi al termine del quale è possibile accedere, partendo dall’ebook stesso, a un portale on-line dove i lettori possono continuare le storie incontrate lungo la strada. È un progetto che stiamo sperimentando in alcune classi scolastiche e che proporremo nel corso dell’anno a docenti e biblioteche.   Come deve cambiare il ruolo dello scrittore per adattarsi ai nuovi scenari che si aprono? Dal punto di vista della scrittura, gli autori possono ideare storie svincolate dal paradigma del libro. Ovviamente se hanno qualcosa da dire e da raccontare fuori dal libro: non deve essere una proposizione pretestuosa o artefatta, ma funzionale. È finito il tempo delle sperimentazioni, da questo punto di vista almeno. Il secondo punto è quello del rapporto con i lettori: scrittori e lettori digitali condividono un luogo comune che è la rete. Spesso si scambiano anche di posto. Questa presenza non è solo incidentale, ma può modificare la modalità di progettazione della propria narrazione e il rapporto “storia-lettore”. Non ultime, la commercializzazione e la promozione del testo vedono l’autore in una posizione molto più diretta rispetto all’editoria tradizionale. Per un autore digitale sapere usare con franchezza i social network è molto più utile che una presentazione in libreria. Fabrizio Venerandi è scrittore, co-fondatore nel 2010 della casa editrice digitale Quintadicopertina e docente di editoria multimediale al master Professione Editoria dell’Università Cattolica di...

Il professore va alla fiera

Con con un gruppo di autori che si autopubblicano e autopromuovono e di professionisti del settore, parteciperò come editor e traduttrice a Più libri, più liberi, la fiera della piccola e media editoria (Roma, Palazzo dei Congressi, dal 5 all’8 dicembre, stand A24). Tra i partecipanti al progetto c’è Susanna Cafaro, professoressa di Diritto dell’Unione europea all’Università di Lecce, che racconta perché ci sarà, anticipando i temi del suo intervento alla conferenza “Gli autori indipendenti, il self-publishing e le nuove frontiere dell’editoria” che si terrà allo stand A24 sabato 7 dicembre alle ore 16.   Dal 5 all’8 dicembre si terrà a Roma la fiera della piccola e media editoria. Quest’anno ho deciso di andarci. Non in veste di autrice pubblicata a vario titolo dalla gran parte delle case editrici giuridiche italiane, ma come autrice indipendente e autoprodotta, quello che ho fatto — per intenderci — con il mio ultimo e-book. E ci andrò con un nutrito (e parecchio assortito) gruppo di autori indipendenti, in uno spazio “nostro”. Sarò lì — unica rappresentante del mondo accademico nel gruppo — per sollevare una serie di problemi che incontra l’Università italiana nel far pubblicare i propri lavori. Per far pubblicare i libri accademici, sinora, l’Università di regola ha pagato, cioè ha coperto i costi di stampa presso le case editrici, per i libri pubblicati nelle collane di dipartimento o di ateneo. Il discorso non si applica — beninteso — per i manuali universitari. Un sistema molto comodo. Le case editrici vanno sul sicuro: lasciano ai dipartimenti la responsabilità di scegliere i volumi da pubblicare, quindi non si assumono responsabilità per la qualità. In secondo luogo, non si accollano il rischio di impresa. La pubblicazione non può quindi  per definizione essere in perdita, come sarebbe se così non fosse, visto che i volumi accademici in italiano vendono poco (prima soprattutto alle biblioteche universitarie ora neanche a quelle, causa problemi di bilancio). È comodo anche per le Università, visto che selezionare a monte quali pubblicazioni finanziare ha un impatto considerevole sulle carriere, soprattutto su quelle dei giovani studiosi. Non voglio essere troppo critica al riguardo, le scelte, spesso, sono fatte per il meglio: la cooptazione dei migliori allievi passa anche di qua. Evidente conseguenza di un sistema così congegnato, va da sé, è lo scarso interesse per la distribuzione e il marketing. Magari qualche volume in più si potrebbe anche vendere. Oggi, però, questo meccanismo si sta incrinando per una ragione di immediata evidenza: i dipartimenti non hanno più fondi da destinare alle pubblicazioni e scaricano questi costi sui diretti interessati. Costringere un docente a investire due mensilità dello stipendio nella pubblicazione di un libro (al quale ha magari già dedicato anni di sacrifici) è chiedere troppo. Tanto più se vi è a monte un “ricatto” concorsuale al quale non si può sfuggire. Pensiamo in chiave costruttiva. Perché oggi un libro deve essere di carta, quando l’ISBN può essere attribuito anche a un e-book? I requisiti che garantiscono la qualità di un volume scientifico sono un comitato scientifico di alto profilo e un meccanismo di peer review e  possono applicarsi al prodotto editoriale quale che sia la forma in cui è pubblicato. Non dimentichiamo poi che la distribuzione del libro in formato digitale costa molto meno (o addirittura nulla) e può essere mondiale. Ecco perché sarò in fiera: per discutere e far discutere, non “contro” le case editrici — di cui conosco e apprezzo la professionalità —  ma perché si comincino a pensare formule nuove che vadano nell’interesse di tutti. Perché, per esempio, non offrono a noi autori la doppia possibilità di pubblicazione? O la sola pubblicazione digitale in catalogo online in assenza di fondi? Perché non si accordano con case editrici straniere per favorire la distribuzione in lingua originale o in traduzione? La discussione è aperta, se volete partecipare ci vediamo in fiera. O anche no, perché penso che di questi temi si continuerà a parlare anche dopo, e per un bel pezzo. Susanna Cafaro è, dal 1 gennaio 2008, professore associato di Diritto dell’Unione europea, già dal 2005 professore associato di Diritto internazionale. È inoltre professeur invité presso la Faculté de Droit dell’Università di Strasburgo....