FacebookTwitter

A ogni storia il suo mezzo

By

Share On GoogleShare On FacebookShare On Twitter

Parliamo ancora di futuro del libro. Stimolata dall’intervista all’editore Fabrizio Venerandi, ho deciso di cambiare prospettiva e di affrontare la questione dal punto di vista della tecnologia interpellando Orf Quarenghi, esperto di sviluppo software e interaction design e autore di splendide installazioni multimediali.

 

Attualmente, l’ebook è più o meno la trasposizione digitale di un libro cartaceo. Prevedi un impiego più massiccio delle tue competenze nel futuro del libro? Quali potrebbero essere i campi di interazione?

Non lo so, non mi sono ancora fatto un’opinione precisa in merito – sono un uomo di dubbi, non di fede né di certezze…
La tua domanda – permettimi di prenderla alla lontana – mi ha fatto pensare al fumetto. Un formato narrativo che ho amato e amo ancora molto. Che però spesso mi lascia insoddisfatto, anche quando la storia mi piace per come è raccontata e disegnata.
Ho capito che il fumetto mi stressa. Mi sovraccarica di stimoli, non riesco a leggerlo con calma. Più è ricco graficamente (e più lo trovo bello), più mi affatica leggerlo.
La seconda variabile è la lunghezza della storia. Il fumetto è sempre troppo corto. Funziona bene solo quando la storia è appropriata al formato fumetto, quando è intrinsecamente adatta a essere raccontata brevemente.

Questa riflessione mi viene in mente perché, in un certo senso, un fumetto è un romanzo aumentato.
Spesso, con amici tecnologi e intellettuali, parliamo dell’evoluzione del romanzo, ci scervelliamo per inventare qualcosa che sfrutti la tecnologia aggiungendo un elemento nuovo che sia in qualche modo sostanziale.
Non abbiamo mai cavato un ragno dal buco – ma abbiamo bevuto un sacco di birra, per cui non è stato tempo perso.

Credo il punto stia nella famosa frase di Marshall McLuhan: “Il mezzo è il messaggio”.

Oltre all’ebook (che a me piace molto per la sua praticità e per il suo rimanere fondamentalmente libro) ci sono molti esperimenti di libri interattivi, alcuni molto ben fatti e intriganti a livello di grafica e interazione… ma non riesco a considerarli l’embrione di qualcosa che sta nascendo. Mi sembra una moda priva di sostanza e di prospettiva.

Onestamente, non so prevedere come evolverà “il libro” – tra l’altro, parlo di libro ma in realtà sto sempre e solo pensando al romanzo. Lascio la saggistica fuori dal discorso perché credo che su quel fronte il paradigma ipertestuale/multimediale sia assolutamente e ovviamente vincente.

L’interazione è uno strumento di storytelling.
Il fumetto somiglia al romanzo, ma non è un romanzo.
Il videogioco somiglia al film ma non è un film.
L’interazione è un (insieme di) media ancora tutto da esplorare.

Insomma, la risposta più onesta sarebbe: “Non lo so, ma ne vedremo delle belle!”.

 

Citi McLuhan, il mezzo è il messaggio. Ma l’universo di chi utilizza la tecnologia per creare è molto lontano da quello degli scrittori tradizionali, che spesso sanno usare solo il word processor e i social media. Se non conoscono il mezzo, come possono creare il messaggio?
Prevedi la nascita di una nuova figura, come quella dello sceneggiatore di videogame, che lavorerà alle storie in team con programmatori?

Be’, lo si fa già. Nell’ambito delle videoinstallazioni e delle performance teatrali è già così. C’è una storia da raccontare che qualcuno ha verosimilmente già scritto, poi bisogna decidere come raccontarla, e a quel punto i tecnici dicono la loro. Il programmatore – o i programmatori – sono parte del team. Ho lavorato così con Studio Azzurro, con N!03 e con tutti quelli che approcciavano l’interazione con in testa lo storytelling.

 

È come se la scrittura fosse accerchiata, gli spazi in cui potrebbe espandersi già occupati, presi, esplorati da altre arti o forme miste. Il pensiero va alla Realtà virtuale come sincretismo di molte arti: la narrazione lunga tradizionale, il cinema o meglio il teatro, la musica, la coreografia…

Il sincretismo è ok. Il romanzo rimane la mia forma espressiva preferita, anzi, la mia droga preferita. Però si stanno sviluppando molte forme espressive corali. Film, videogame, performance interattive, installazioni interattive…

 

Quindi, ho una bella storia e scelgo il mezzo più adatto per raccontarla. Il contrario di quanto accade nel caso degli adattamenti (audio, cinematografici o televisivi) di un libro, in cui la storia è stata formulata per la forma scritta e viene tradotta in un nuovo linguaggio. Un capovolgimento di prospettiva.

Non lo so bene. So che una storia ce l’hai nella testa poi, quando devi raccontarla, a seconda del mezzo che scegli cambia tutto. Magari quella storia sei un cane a scriverla, però sei bravissimo a disegnarla… e mentre ti esce prende forma e si modifica, diventa anche un’altra storia. In questo senso il mezzo è il messaggio. Poi c’è l’idea, la storia “pura” e astratta dal mezzo… ma siamo sicuri che la storia esista, prima che venga espressa?



Dagli anni ’90 Orf Quarenghi sviluppa software per videoinstallazioni interattive. Il motto del suo sito recita: “Interaction is storytelling and storytelling is a need”.

Trackbacks/Pingbacks

  1. Creare storie per un cyberspazio | Autopubblicarsi - […] Ormai virgoletto il termine perché, come hanno illustrato Fabrizio Venerandi e Orf Quarenghi nelle rispettive interviste, ci stiamo discostando…
  2. Ha senso una narrativa virtuale? | Autopubblicarsi - […] Ormai virgoletto il termine perché, come hanno illustrato Fabrizio Venerandi e Orf Quarenghi nelle rispettive interviste, ci stiamo discostando…

Submit a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *