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Editoria a pagamento o autopubblicazione?

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Caro autore che stai pensando di autopubblicarti, questo post è per te. Se sei un accademico hai poche alternative: per fare punteggio, il tuo testo deve essere pubblicato da uno degli editori di riferimento della tua area di studi, quindi ti tocca pagare. Non per molto però, le università italiane si stanno facendo furbe e presto o tardi si autoprodurranno i libri, come fanno all’estero.


Editori, gioie e dolori

Facciamo un discorso imprenditoriale, perché di questo si tratta. L’editore è colui che mette i quattrini e assume il rischio d’impresa. Lo dice la legge italiana. Come ben spiega l’articolo di Intesomale, l’editore sceglie il manoscritto in base a criteri di vendibilità e coerenza con il suo catalogo, firma con l’autore un Contratto di edizione (normato dalla Sezione III, Art. 118 e segg. Legge sul diritto d’autore 22 aprile 1941 n. 633, che dovresti conoscere a memoria), edita il testo, lo impagina, crea la copertina, lo fa stampare, promuovere e distribuire. A sue spese.

All’autore spetta una percentuale sulle vendite, di solito intorno all’8-10%, con un anticipo che di norma è corrisposto alla firma del contratto e scalato dalle royalty successive. Tranquillo, non è necessario restituire l’anticipo se il libro vende meno del previsto.

La vita dell’autore pubblicato da un editore non è comoda come sembra. Comporta di accettare compromessi in merito, per esempio, alla grafica di copertina e al prezzo di vendita, di darsi da fare per promuovere il libro affiancando l’ufficio stampa dell’editore, di tenere d’occhio le vendite e, a volte, di sollecitare il pagamento delle royalty.


Prestazioni di servizi (a fondo perso)

Poca cosa se paragonata alla fatica e alla frustrazione di rivolgersi a un editore a pagamento. Intanto, la giurisprudenza dice che *non* hai a che fare con un editore e che il contratto *non* può essere quello di edizione. Comunque lo si chiami, si tratta di un contratto di prestazione di servizi. Tu sei il committente. Sei l’imprenditore. Il cosiddetto editore non rischia nulla perché tu copri tutti i suoi costi e sicuramente anche oltre. Ora, secondo te, un fornitore di servizi ha interesse a spendere più del necessario? Devi sapere che promozione e distribuzione costano intorno al 60% del prezzo di copertina. Una bella fetta di guadagno che se ne va. L’editore vero trae i suoi ricavi dalla vendita, e promozione e distribuzione sono passaggi obbligati per arrivare alla vendita. Non è un caso che glieli facciano pagare così salati. Ora trovami un motivo per cui il nostro pseudo-editore, con tutti i costi coperti e un bel margine assicurato, debba spendere quei soldi. Ti rispondo io, non lo fa. Tu paghi e il tuo libro finisce in un magazzino di periferia a fare la muffa finché non servirà spazio e ti verrà offerto di ritirare tutte le copie a prezzo di realizzo. Di realizzo per lo pseudo-editore.

Forse dopotutto ti accontenterai degli scatoloni che ancora ti ingombrano la cantina dopo che hai smerciato un centinaio di copie ad amici e parenti. A questo aggiungi che dovrai comunque accettare compromessi su grafica e prezzo, sobbarcarti la promozione e controllare le vendite (nella tenue speranza che ce ne siano). Al posto dell’anticipo riceverai però una congrua fattura da pagare.


Self-pub mon amour

Veniamo ora al self-publishing. Innanzitutto, se il tuo manoscritto è stato rifiutato da venti editori forse un motivo c’è. Sottoponilo al giudizio di qualcuno competente, che non siano la mamma, la fidanzata e l’amico d’infanzia, fatti indicare cosa non va e aggiustalo. Oppure rinuncia. Lo dico per te. Un brutto libro non vende. Ok, qualcuno vende, ma se non scrivi fantasy, possibilmente a base di bei vampiri tenebrosi, oppure romanzi blandamente sadomaso mettiti il cuore in pace. Potrai fare tutta la promozione del mondo, dannarti l’anima sui social network, ma non andrai da nessuna parte. Un brutto libro è un brutto libro.

Parto dal presupposto che tu voglia fare lo scrittore. Cioè pubblicare altri libri. Forse con il primo libro brutto acchiapperai qualche lettore sprovveduto. Ma la tua carriera finisce lì. Addio sogni di gloria. Quindi, in primis, assicurati che il libro sia bello, corretto, bene impaginato e con una copertina professionale. Un bel libro ha potenzialmente un pubblico, sei già a metà dell’opera. Solo a metà però, perché adesso devi toglierti il berretto da scrittore e metterti la feluca da editore. Proprio come se ti rivolgessi a uno pseudo-editore a pagamento, solo che sei tu al timone. Capitano, timoniere e mozzo della tua nave, pronta a solcare gli oceani in cerca di lettori. Sei fortunato, anzi arci-fortunato. Autopubblicarti non sarebbe stato possibile ai tempi di Calvino, Pavese & Co, nemmeno spendendo una fortuna. Grazie a Internet i canali di distribuzione, da sempre il collo di bottiglia di qualunque attività che comporti la vendita, sono aperti a chiunque e non costano nulla. Le piattaforme per la distribuzione di libri online sono molte e affidabili, le royalty elevate, il controllo totale. Per la promozione puoi avvalerti di strumenti diffusi e gratuiti, come i social network. Cosa aspetti a spiegare le vele?

[Articolo precedentemente apparso su I discutibili]

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