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Ha senso una narrativa virtuale?

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Torniamo a parlare di futuro del “libro”. Ormai virgoletto il termine perché, come hanno illustrato Fabrizio Venerandi e Orf Quarenghi nelle rispettive interviste, ci stiamo discostando nettamente dal concetto tradizionale di testo scritto su un supporto statico.

Seguendo il flusso degli interventi precedenti, che partono dall’ebook per indagare nuovi supporti tecnologici e quindi nuovi linguaggi, ho fatto qualche domanda ad Aaron Brancotti,  a.k.a. Babele Dunnit, sviluppatore software che lavora su videogame, eye tracking e intelligenza artificiale ed è stato tra i pionieri della Realtà virtuale dei primi anni Novanta.

 

Sul mercato sono ormai disponibili a prezzi accessibili gli strumenti (Oculus Rift + Kinect) per un’immersività vera, totale. Cos’è cambiato rispetto alla Virtual Reality di cui si parlava vent’anni fa (e di cui ho raccontato la mia esperienza qui)?

Calma. Mi sono abituato negli anni a muovermi con i piedi di piombo rispetto a questi annunci. Sicuramente ci sono nuovi strumenti molto interessanti (Kinect, certamente, anche se con tutti i suoi limiti) e Oculus Rift che deve ancora diventare un prodotto consumer (attualmente è disponibile il developer kit). Vedremo quanto costerà quest’ultimo HMD, del quale tutti parlano in maniera entusiastica; certamente il fatto che Carmack, il padre di Doom, sia saltato sulla barca di Oculus fa ben sperare. Poi siamo assolutamente d’accordo che ora abbiamo macchine incredibilmente più potenti – oppure incredibilmente più economiche, che è la stessa cosa – e che esiste un’infrastruttura di rete che ha permesso/permette/permetterà la creazione di mondi virtuali estremamente dettagliati. Ma la questione è filosofica, non tecnica: a me sembra che la VR continui a essere una soluzione in cerca di problemi.

Mi è capitato in mano un mio documento del ’94, nel quale descrivevo un ipotetico gioco che avrei voluto realizzare con la mia società di quegli anni… un misto di Second Life e Facebook, rileggendolo adesso (e se non ci credi te lo mando e ti do la liberatoria per pubblicarlo, però devi fidarti sul fatto che l’abbia scritto a metà anni ’90). A un certo punto mi ero bloccato perché stimavo che fosse troppo difficile e lento distribuire le informazioni relative a questo immenso mondo condiviso tra tutte le workstation che partecipavano al gioco… via modem! Non c’era Internet.

È incredibile a pensarci adesso, ma non c’era la Rete. E personalmente credo che, ancora più dei vari caschi e dispositivi esoterici e della sensoristica 3D che certamente sono migliorati (anche se non quanto i computer veri e propri), la vera differenza sia quella. Il Cyberspazio è vuoto per default, e riempirlo da soli è un lavoro immenso. Secondo me il vero boost è la dimensione sociale, ed è stata quella la grande sfida vinta da Second Life.

 

Erano anni che non sentivo parlare di Cyberspazio. Come immagini che queste tecnologie possano essere utilizzate in campo editoriale? Per un nuovo tipo di narrazione, fruizione, distribuzione di storie?

Certamente uno dei problemi per i quali la VR potrebbe essere una soluzione è la narrazione digitale. Però qui c’è un gap enorme: se da una parte è assolutamente vero che l’ebook è il grado zero dell’editoria digitale, dall’altra quando mi parli di un “nuovo tipo di narrazione” associandolo alle tre gambe “classiche” della VR – ovvero tempo reale, immersione e interazione – non possono che venirmi in mente… i videogiochi. Che, per carità, per narrare narrano eh, ma forse non sono esattamente quello che abbiamo in mente.

È necessario un ripensamento profondo, come insieme ad Alessio Mazzolotti siamo arrivati a concludere dopo avere passato molte ore a parlare di non-linearità, biblioteche di Babele, meccanica quantistica, Sepher Yetzirah e altri brevi cenni sull’Universo. È cambiata la natura stessa dell’Opera, ora digitale, non più cristallizzata nella sua dicotomia forma/contenuto ma anzi liquida e ormai inscindibile da un terzo elemento, il supporto tecnologico, e quindi dalla sua interfaccia.

Deve pertanto cambiare anche e soprattutto l’Autore della stessa, che è probabilmente la parte più difficile di tutta la faccenda. Credo che sia anche questione di tempo: i “nativi digitali” (nel senso migliore del termine, non in quello stupido e contrabbandato dai media di “giovani che sanno usare le Macchine per scienza infusa”, che è ovviamente un’idiozia) nascono ora e toccherà a loro, probabilmente, intuire quali debbano essere questi nuovi equilibri ed essere gli autori di domani.

 

Queste applicazioni saranno alla portata di tutti o soltanto dei grandi editori? Leggi: richiedono grossi investimenti e competenze specialistiche?

Certamente non sono alla portata di tutti, oggi, ma non passa giorno in cui io non rimanga stupito da come certi ambiti dello sviluppo del software diventino sempre più facili da domare. Io sono un vecchio sviluppatore C++, sono abituato a sputare sangue per estrarre dal silicio quello che voglio, mentre oggi vedo le nuove leve che – magari senza sapere esattamente quello che sta succedendo là dentro – costruiscono mondi con facilità estrema e con linguaggi che, lo ammetto, mi straniscono (Ruby, per esempio). Cosa che a molti dà fastidio, perché “se un programmatore non capisce il silicio non è un vero programmatore”, ma non a me: è comunque una questione relativa, neanch’io capisco “tutto”, non arrivo alle leggi fisiche che spostano gli elettroni da una parte all’altra quando scrivo software, e sinceramente me ne frego.

E così arriviamo alla solita lotta tra libertà e pappa pronta: da una parte il linguaggio di programmazione, il foglio vuoto, tu e la Macchina, la libertà assoluta, dall’altra il framework, il toolkit, l’applicazione autoriale che ti permette in pochissimo tempo di costruire qualcosa di funzionante, magari anche di sensato e carino, ma del quale prima o poi incontri i confini. Tool come iBooks Author sono eccezionali, ma alla fine sempre un ebook viene fuori. E si ritorna al discorso di prima: non abbiamo la minima idea di dove diavolo andare a parare. Tutti sappiamo che l’ebook è solo la punta di un iceberg che aspetta di emergere, ma ci mancano ancora troppi pezzi: un linguaggio, una visione, forse anche una necessità di questo “nuovo mondo” che fatica così tanto a palesarsi. Stiamo ancora digerendo Mosaic e l’HTML, probabilmente.



Aaron Brancotti sviluppa software e interfacce non convenzionali. È musicista e si interessa degli aspetti filosofici, legali e artistici della tecnologia.

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